
Nel Silenzio, poeticissimo film del 1998 con sceneggiatura e regia dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf, un ragazzino povero e cieco, ma dotato di un orecchio straordinario, lavora come accordatore di strumenti musicali in un villaggetto del Tagikistan. Seguendo le sue peripezie, sentiamo vari frammenti musicali, ma uno in particolare, pur nella veste timbrica piacevolmente esotica e sensuale di strumenti di un altro mondo, ci suona familiare. «Babababam», dice la sceneggiatura. Il frammento ritorna, si ripete, si assomma, si mescola. Nella scena finale ritroviamo la nostra memoria echeggiare dentro l’esotico bazaar del villaggetto tagico, quando il ragazzino, con una gestualità suggestiva e poetica quanto improbabile, dirige dal suo buio e ciò che prende suono attraverso i colpi degli artigiani sui loro calderoni di rame è l’inizio della Quinta di Beethoven.È certo uno dei più imprevisti, ma non il più stravagante fra gli innumerevoli rivestimenti o travestimenti di cui la musica di Beethoven sia stata ammantata nei suoi circa due secoli di vita. Beethoven in tutte le salse, buono dalle colonne sonore alla pubblicità, una figurina musicale. Beethoven di cui possediamo decine di diverse incisioni discografiche per ciascuna Sinfonia. Che senso ha continuare a suonare Beethoven, andare ad ascoltarlo in sala da concerto? In un illuminante libriccino, Futuro del classico, Salvatore Settis ricorda che il mullah Omar, all’indomani dell’11 settembre, paragonò l’America a Polifemo, «un gigante accecato da un nemico a cui non sa dare un nome» e si domanda però se anche questo non sia che un esempio di una classicità ridotta a frammenti pronti per tutti gli usi, magari arbitrari, senza che si conosca il paradigma di quella classicità. Settis si riferisce propriamente all’antichità greco-romana, ma, pur con tutti i distinguo, molte delle sue riflessioni e domande potrebbero valere anche per quel corpus di opere, per quel linguaggio che noi abbiamo imparato a chiamare classico in musica. Molto più vicino a noi nella cronologia, dunque anche più facilmente o più compiutamente conoscibile. Eppure Beethoven, come Haydn, come Mozart, sono in realtà aldilà della nostra possibilità di comprenderli una volta per tutte. Ascoltando la Quinta ammantata di timbri improbabili nel film di Makhmalbaf, ascoltando ogni Quinta nella sua veste ordinaria nella sala da concerto, possiamo limitarci a riconoscerla, a ritrovare con piacere ciò che già sta nel nostro bagaglio di emozioni e pensieri. Oppure possiamo provare a ri-conoscerla, a conoscerla di nuovo, in altro modo. A lasciarci sorprendere, perché la musica di Beethoven può sorprenderci all’infinito. E come scrive Settis dell’altra classicità: «Quanto più sapremo guardare al “classico” non come una morta eredità che ci appartiene senza nostro merito, ma come qualcosa di profondamente sorprendente ed estraneo, da riconquistare ogni giorno, come un potente stimolo a intendere il diverso, tanto più da dirci esso avrà nel futuro».
Semplicemente il meglio


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